Il mio viaggio alla ricerca di pace e spiritualità.

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Alcune esperienze, per essere raccontate e condivise, hanno bisogno di tempo per sedimentare ed essere comprese nella loro autentica essenza. È ciò che è accaduto quando, alcuni mesi fa, ho deciso di partire per staccare la spina e “resettarmi“.

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Negli ultimi anni ho osservato un fenomeno che mi ha sconvolto più della crisi economica o politica in atto: la prepotenza è diventata sempre più accettata.

Chi alza la voce viene ascoltato, chi impone la propria volontà viene spesso considerato un modello, mentre rispetto, empatia e capacità di ascolto vengono scambiati per debolezza.

Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato il contrario. La vera forza non sta nel dominare gli altri, ma nel saper controllare se stessi. La violenza e la prepotenza sono spesso il segno di una fragilità che cerca di imporsi. Chi è davvero forte non ha bisogno di sopraffare nessuno.

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Per questo ho sempre cercato una via spirituale in cui incanalare le mie emozioni.

Negli anni ho partecipato a ritiri in monasteri cistercensi e ho viaggiato in Oriente per conoscere tradizioni diverse dalla mia.

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Oggi questa ricerca mi interessa ancora di più. Ho la convinzione che una persona non possa essere compresa soltanto attraverso ciò che possiede, produce o raggiunge. Esiste anche una vita interiore che merita attenzione.

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Da tempo ero interessato alle religioni orientali, come Buddhismo, Induismo e Taoismo. Ciò che mi ha sempre colpito è il loro tentativo di integrare corpo e mente attraverso pratiche quotidiane come meditazione, yoga e discipline contemplative.

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Volevo capire cosa potesse insegnare questo approccio a una persona cresciuta nella tradizione cristiana.

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Da tali riflessioni è nato il mio desiderio di trascorrere alcuni giorni all’ashram Ananda, vicino ad Assisi.

A incuriosirmi c’era anche il fatto che Steve Jobs, uno degli imprenditori più influenti del nostro tempo, avesse guardato con interesse a quel mondo. Mi chiedevo cosa vi avesse trovato.

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Così sono partito per la città di San Francesco con uno spirito semplice: osservare, ascoltare e farmi un’idea diretta, senza aspettare che fossero altri a raccontarmela.

Alla scoperta di Paramahansa Yogananda.

Al funerale di Steve Jobs, a molti ospiti — imprenditori, dirigenti e personalità di primo piano — fu donata una copia di Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda.

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Mi sono sempre chiesto quanti l’abbiano davvero aperta e quanti, invece, l’abbiano lasciata sullo scaffale.

Eppure, quel libro ha attraversato generazioni e ambienti molto diversi. In passato ha incuriosito personaggi come i Beatles, Elvis Presley e molti altri.

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Lo stesso Yogananda ebbe modo di incontrare Gandhi durante il suo percorso in India.

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Yogananda non proponeva una religione da sostituire a un’altra. Parlava di disciplina interiore, meditazione e ricerca personale. Fondò la Self-Realization Fellowship in California e cercò di costruire un dialogo tra culture e tradizioni spirituali diverse.

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A una condizione, però: che nessuno rinunciasse alla propria libertà di giudizio e che il maestro non diventasse più importante del messaggio.

Ho letto Autobiografia di uno Yogi.

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Alcuni passaggi mi hanno fatto sorridere, altri mi sono sembrati ingenui. Non tutto mi ha convinto. Ma raramente un libro mi ha lasciato con così tante domande e con il desiderio di approfondire invece di archiviare.

Nei giorni trascorsi all’ashram di Ananda ho avuto tale conferma. Non ho trovato qualcuno che ha cercato di vendermi una verità o di convincermi di qualcosa. Ho visto persone impegnate in un lavoro su se stesse, svolto con discrezione e senza bisogno di esibirlo.

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È una differenza che noto sempre di più: ciò che ha valore non sente il bisogno di imporsi. La spiritualità, quando è autentica, non occupa il centro della scena. Rimane sullo sfondo e lascia che siano i comportamenti a parlare.

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Tre giorni immersivi tra yoga, incontri e meditazione.

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Seguendo gli insegnamenti di Paramahansa Yogananda, la pratica ruota attorno a meditazione, Kriya Yoga e osservazione di sé.

Ho visto persone impegnate soprattutto a vivere con più presenza, senza separare la pratica dalla vita quotidiana.

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Ad essere sincero, quando sono arrivato presso il Centro ero un po’ diffidente. Mi aspettavo un ambiente chiuso, costruito attorno a una figura carismatica o a idee da accettare senza confronto. Venendo da esperienze in monasteri cistercensi, cercavo silenzio e misura, e temevo l’opposto.

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Mi sono dovuto immediatamente ricredere su tutto. Le persone erano presenti, ma non affatto invadenti. Nessuno ha cercato di convincermi o di correggere le mie convinzioni. Ho partecipato alle sessioni di yoga e alla meditazione osservando quello che accadeva, dentro e fuori di me.

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La difficoltà non è stata mentale, ma fisica. Restare seduto a lungo, ha tirato fuori da me molte rigidità che prima ignoravo: collo contratto, schiena tesa, ginocchia doloranti. La mia mente non riusciva a stare “ferma” e mi sono reso conto di quanto il mio respiro fosse troppo corto e affannato.

Parlare di meditazione è semplice. Restare immobili mentre il corpo reagisce e la mente “vaga”, molto meno.

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A fare la differenza è stato il ritmo del gruppo. Le sessioni all’alba, la ripetizione quotidiana, la struttura costante hanno reso la pratica meno forzata. Dopo alcuni giorni, non era più un impegno. Era diventato un appuntamento irrinunciabile.

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Con lo yoga avevo già avuto contatto parecchi anni fa, in una clinica ayurvedica a Bangalore. Allora, però, non l’avevo compreso fino in fondo. Qui, invece, ho avuto la possibilità di vivere l’esperienza in cui non conta la singola pratica, ma la continuità. È infatti la ripetizione che trasforma un esercizio in abitudine e un’abitudine in un modo di vivere.

Uno scambio pazzesco di energie ed esperienze!

La cosa che mi ha colpito di più di questo ritiro non è stata la meditazione, né lo yoga, ma le persone.

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In pochi giorni ho incontrato gente arrivata da paesi e percorsi molto diversi. Non avevano bisogno di sostenere un ruolo o un’immagine. Erano lì per scelta.

Ho parlato con un ragazzo croato, con un’artista americana che mi ha mostrato il suo studio, e con una persona molto riservata dedita allo studio dell’astrologia vedica.

Tre conversazioni semplici, senza formalità, da cui sono scaturite alcune domande esistenziali fondamentali:

Cosa stiamo cercando? Come usiamo il nostro tempo? Cosa rende una vita sensata?

Ripensandoci, sono stati proprio questi incontri a dare profondità e anima al mio viaggio.

Foto Google – Dana

Dana proveniva dalla California. Ha studiato filosofia e poi ha scelto l’arte. Non ho visto distacco dalla realtà nel suo modo di vivere, ma attenzione costante a ciò che le accade intorno. Mentre parlavamo, manteneva la sua leggerezza, senza sfociare mai nella superficialità.

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Mi ha molto colpito una frase che mi ha detto:

«Un piccolo sorriso può diventare un mare di allegria».

Dopo averla conosciuta, e poi intervistata, questa frase ha assunto un senso concreto.

Nella sua intervista emerge con chiarezza tutto il suo entusiasmo.

Foto Google – Mauro

Mauro, invece, ha seguito per anni il suo interesse per lo Jyotish fino a farne uno studio approfondito.

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Era molto più riservato di Dana, ma ha trovato in quel contesto uno spazio per portare avanti il suo lavoro e condividerlo con tutti noi.

Sentite cosa mi ha raccontato nella sua intervista.

Foto FFG – Arudra

Poi ho incontrato Arudra, croato, membro della comunità. Abbiamo parlato nel Tempio della Luce dove vengono celebrati i loro incontri.

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Il suo nome di nascita era Antonio, ma oggi usa il nome che ha scelto nel suo percorso. Non cercava di convincermi di nulla. Mi ha semplicemente raccontato la sua esperienza e la sua scelta di vivere in una comunità internazionale come questa.

Sentite cosa ha da dire in questa intervista.

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Ad Ananda convivono persone di 12 nazionalità e tradizioni diverse. Non ho visto tentativi di cancellare le differenze. Ho visto, al contrario, la ricerca di uno spazio in cui potessero convivere insieme. In un tempo come questo, in cui si parla spesso di divisioni, è qualcosa che vale la pena di osservare da vicino.

Questo weekend meditiamo insieme.

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Sono tornato a Roma e ho ripreso subito il ritmo di sempre. Nel giro di pochi mesi, l’esperienza ad Ananda si è già allontanata. È diventata qualcosa di distante, quasi separato dalla mia quotidianità. Questo mi ha lasciato, devo ammetterlo, una certa frustrazione: lì c’era qualcosa che, nel concreto, mi faceva stare bene.

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So che dovrei ritagliarmi ogni giorno uno spazio, anche breve. Mezz’ora basterebbe. Ma nella pratica non succede con regolarità. Rimando, salto, riprendo. È una difficoltà semplice, ma reale. Ma, allo stesso tempo, è una scelta che non voglio abbandonare.

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Quello che ho vissuto lì non è un episodio chiuso. È l’inizio di un percorso di osservazione più ampio sui luoghi, le persone e le pratiche che ho incontrato nel tempo, dentro e fuori dall’Italia. Non per trarre conclusioni definitive, ma per mettere in fila esperienze dirette.

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So che il tema è carico di letture opposte e posizioni rigide.

Io parto da un punto diverso: quello che ho visto e vissuto non lo considero materia di giudizio. È materiale di confronto.

La ricerca, quando è autentica, resta una questione personale e si misura nella pratica quotidiana, non nelle definizioni.

Se siete interessati a scoprire la mia esperienza, vi invito a consultare le mie pagine social, Facebook, Instagram o Linkedin.

Baba Nam Kevalam. Oggi è FRAday!

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