Un viaggio alla scoperta delle mie origini.

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Sono nato ad Algeri, nel cuore del Maghreb.

Mio padre era console italiano, mia madre viveva lì con una famiglia francese. Mio fratello gemello ed io siamo venuti al mondo in quella città sospesa tra Europa e Africa, Mediterraneo e deserto. L’abbiamo lasciata troppo presto per costruirci dei ricordi. Eppure Algeri è rimasta dentro di me. Non per nostalgia. Per identità. Radicata, silenziosa, tenace.

FFG nel deserto

A trent’anni ci sono tornato. Non per guardare indietro, ma per andare più a fondo. Con me c’era anche Ranieri, mio speciale compagno di viaggio. L’obiettivo era chiaro: attraversare il deserto seguendo le orme di Charles de Foucauld. Da Tamanrasset all’Hoggar.

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Non era un viaggio turistico, né un semplice ritorno. Era un rito di “ricongiungimento”. Una prova di ascolto. Un confronto diretto con il silenzio, con la luce dura del Sahara. Con la nostra storia.

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Quel viaggio mi ha segnato in profondità. Il legame che sento con il mondo tuareg non è logico. È fisico. È nella pelle, nel respiro. Non li ho solo incontrati. Ho vissuto con loro. Ho bevuto il tè piano, ascoltato le loro storie sotto le stelle, imparato a dare valore al tempo. In loro ho riconosciuto una libertà essenziale. Sobria. Potente. Che parla anche a me.

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Ci torno spesso. Non per collezionare viaggi. Per riconnettermi. Alcuni luoghi ti scelgono prima ancora che tu li scelga. E ogni volta sento il bisogno di andare più a fondo. Ascoltare meglio. Guardare davvero. Capire. Entrare in dialogo con una cultura che non è marginale. È guida. È sapere. È civiltà viva.

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Con quello stesso spirito sono tornato di recente. Sempre nel Maghreb, ma questa volta a Marrakech.

Per ritrovare quelle stesse sensazioni.

Maroc, Terre de lumière.

Il Marocco non è mai stato una semplice meta per me. È sempre stato un incontro, intenso e profondo. Ci sono andato spesso, anche per lavoro. Ma ogni volta con lo stesso desiderio: andare oltre la superficie, capire davvero.

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La prima volta risale ai miei anni a Parigi, quando lavoravo con Publicis. Collaboravo con l’Office National Marocain du Tourisme.

Ricordo il viaggio a Rabat con Maurice Lévy e l’incontro con Re Hassan II. Un’occasione rara, certo. Ma soprattutto una rivelazione: il Marocco non costruisce la propria immagine per marketing. Lo fa per orgoglio. Per visione culturale.

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Anni dopo ho organizzato il lancio internazionale della Opel Astra, nell’Atlante. Non era solo un evento. Era una sfida vera, in un paesaggio duro e poetico. Montagne maestose, luce netta, silenzi che parlano. Tecnologia e futuro trovavano lì un equilibrio sorprendente.

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Il Marocco ha una forza magnetica, ma la senti solo se sei disposto ad ascoltarla. Le città imperiali parlano di potere, bellezza e spiritualità stratificata. Ma ad Aït Ben Haddou ho sentito qualcosa di più profondo. Il tempo inciso nella pietra. La memoria viva delle carovane. Camminarci al tramonto è come attraversare secoli. Senza dire una parola.

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Poi c’è Essaouira. L’oceano davanti, il vento costante, i colori che sembrano danzare. È una città autentica, vibrante. Ogni suono, ogni volto, ogni bottega ha qualcosa da raccontare. Lì ho sentito un’energia incredibile. C’è ancora l’eco degli anni ‘60, e forse anche quella di Jimi Hendrix.

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A Tissa ho provato il char à voile. Vento forte, sabbia dura, orizzonte senza fine. Conoscevo quella sensazione in Normandia, ma lì era diversa. Più libera. Più pura. Solo corsa, respiro e silenzio.

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Il Marocco non lo visito. Lo vivo ogni volta. Con rispetto. Con ascolto. Con meraviglia. Perché riesce ancora a sorprendermi. E questo, per me, vale tutto.

Un’esperienza difficile da dimenticare.

Nel 2025 TripAdvisor ha inserito Marrakech tra le dieci destinazioni più amate al mondo. Ottavo posto. Non mi sorprende. Ci sono stato. L’ho vissuta. E posso dirlo con certezza: Marrakech non è solo una città. È un’esperienza. Ti entra dentro, ti scuote, ti cambia.

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È cruda e raffinata insieme. Autentica. Qui il tempo non è lineare: si muove con i suoni, gli odori, i gesti. Camminare nella medina è come entrare in un ricordo ancora vivo. Ogni vicolo racconta qualcosa. E lo senti sulla pelle.

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Avevo in testa “Marrakech Express”, quel film che mi aveva acceso il sogno di un Marocco vero, libero. Ma Marrakech è molto di più. Ti sorprende. Ti rivela cose che non ti aspetti.

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Mi sono perso apposta. Niente GPS, solo curiosità. È così che ho trovato un riad nascosto: silenzioso, pieno di dettagli. Mosaici perfetti, tessuti leggeri mossi dal vento, profumi intensi. Un angolo di quiete nel cuore del caos.

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Il cibo? Non è solo cibo. È condivisione.

Tajine sotto una pergola, tè alla menta versato secondo un preciso rituale, dolci alle mandorle, spezie che raccontano storie.

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Ho avuto la sensazione di far parte di una carovana. Di un flusso continuo dove le culture si incontrano e creano bellezza.

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Una sera, dall’ultimo piano di un bar vicino a Jemaa el-Fnaa, tra tamburi e incantatori di serpenti, ho scoperto Gael Faye.

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La sua musica racconta esattamente questo: mescolanze vere, profonde. Marrakech è così.

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Dove il blu diventa pura emozione.

Sono partito dai Giardini Majorelle. Sapevo che il mio viaggio doveva cominciare da lì. Quando varchi la soglia del parco, ti accorgi subito che non è solo un giardino.

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Qui tutto parla di equilibrio ed eleganza: centinaia di cactus, piante grasse, forme e colori che convivono in perfetta armonia. Ma quello che mi ha colpito davvero è il Blu Majorelle.

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Non è un colore da guardare. È una vibrazione. Qualcosa che ti attraversa e ti resta addosso anche quando distogli lo sguardo.

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Ora capisco cosa ha incantato Yves Saint Laurent.

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E infatti sono andato subito al Museo YSL, con la voglia di vedere da vicino i suoi capolavori.

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Abiti avvolti nella penombra, eleganza in forma pura. Ogni creazione sussurra storie legate a questo incantevole paese. È un lusso discreto, mai urlato. Che parla di artigianato raffinato, di geometrie antiche, di luce che accarezza i tessuti.

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Questa raffinatezza l’ho ritrovata anche nei riad nascosti della medina. Nessuna insegna. Solo porte anonime che si aprono su mondi silenziosi.

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Luce morbida, colori che accolgono, quiete che parla. A Marrakech l’eleganza è nei dettagli, nei gesti. Non ha bisogno di mostrarsi.

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Alla Madrasa di Ben Youssef ho sentito la forza dell’architettura islamica.

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Mosaici, legno intagliato, stucchi: ogni elemento al suo posto. Il cortile centrale è un capolavoro. Armonia pura, spiritualità concreta. Sapere che lì studiavano centinaia di studenti rende tutto ancora più forte. Un luogo che resta dentro.

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Il Palazzo Bahia mi ha dato un’emozione diversa, ma uguale nella forza.

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Cortili silenziosi, soffitti scolpiti, zellige ovunque. Bellezza, storia, misura.

Ma soprattutto: pace.

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Mentre attraversavo il suk, improvvisamente si sono accesi tutti i sensi. Nell’aria danzavano profumi intensi. Spezie, legno bruciato, acqua di rose. Intorno a me un mosaico di suoni: il canto del muezzin, il battito dei tamburi in lontananza, il tintinnio dei bicchieri da tè. Ho toccato seta liscia, lana grezza, pietra calda. Ogni cosa mi ha parlato. E io ero lì ad ascoltare.

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Il mio piccolo rifugio nel cuore della Medina.

Quel giorno a Marrakech il caldo era implacabile. Un caldo che ti toglie il fiato e l’energia. Cercavo disperatamente un rifugio – non solo un posto fresco – ma un luogo in cui rallentare, disconnettermi dal caos e ritrovare il mio respiro.

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L’ho trovato a Dar Kandi.

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Non un riad qualunque. Nascosto tra i vicoli stretti della medina, ti accoglie con un altro ritmo. Appena sono entrato, ho avuto subito la sensazione di vivere un’altra dimensione, lontano dalla confusione, dalla luce accecante, dal respiro affannato della città. Il tempo ha cominciato a dilatarsi. E il mio corpo a distendersi come per incanto, avvolto nel silenzio e in gesti lenti e rituali.

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Ho immediatamente capito di essere nel posto giusto.

Mi ha accolto Aouatif, la manager. Il suo nome significa “emozioni”, e non è un caso. Nessuna formalità, solo attenzione sincera. Umanità vera.

Il cortile è il cuore del riad: piante vive, una fontana che sussurra, luce morbida ovunque.

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Mi sono seduto lì. Ho respirato. Ho lasciato andare tutto. Sul roof panoramico, una piscina incastonata da piante grasse e tetti color ocra. Il vento arrivava dal deserto. E io non volevo essere in nessun altro posto al mondo.

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Aouatif mi ha portato del tè alla menta e dolcetti alle mandorle fatti in casa. Un gesto semplice, ma pieno di cura. Cura vera, che si sente in ogni dettaglio.

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Dar Kandi ha una storia. Oggi è gestito da una coppia italiana. Lui è un appassionato del deserto, ha corso al “Marathon des Sables“. Prima ancora, apparteneva a un’americana che lo chiamò così per omaggiare un amico legato ai Kennedy.

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Dar Kandi è questo: passaggi, storie, persone vere. Ogni cosa ha un senso, nulla è lasciato al caso. Quando vivi un luogo così, non lo dimentichi. Te lo porti dentro.

Questo weekend facciamo vivere i nostri sensi.

Avete mai provato un vero massaggio marocchino?

Ve lo dico per esperienza: non è roba per deboli. Si comincia con il gommage al sapone nero e il guanto kessa.

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Niente carezze: è un’esfoliazione intensa, quasi brutale. Ma funziona! Ti libera. Pelle e spirito, insieme.Quando esci, ti senti rinato. Letteralmente. La pelle è nuova, e anche dentro ti senti più leggero.

TRA SABBIA E STELLE

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Poi arriva la parte dolce: il massaggio con olio caldo di argan o ghassoul, avvolto nei profumi dell’acqua di rose. I movimenti sono profondi, lenti, ipnotici. Ogni muscolo si scioglie. È un’esperienza vera, che lascia il segno.

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Quel weekend mi sono fatto un regalo: il tempo. Per me. Per rallentare, respirare, fermarmi. La cultura marocchina mi ha insegnato una cosa importante: il benessere non è solo relax. È cura. Del corpo, della mente, dell’anima. Ogni gesto è un rito. E ogni rito rigenera.

Se volete scoprire tutto questo con me, seguitemi sui miei social Facebook e Instagram . Condividerò foto, storie, momenti veri di questo indimenticabile viaggio a Marrakech.

Ahlan wa sahlan. Oggi è FRAday!

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