Un’esperienza disorientante, ma sempre esaltante.

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Ci sono due appuntamenti che non ho mai saltato: il Fuorisalone di Milano e la Biennale di Venezia. Due eventi tanto diversi, ma centrali a livello internazionale, perché capaci di influenzare arte, design, comunicazione e mercato.

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Dopo il mio FRAday sul Fuorisalone ho sentito il forte desiderio di cercare nuovi stimoli, più profondi e interiori. Avendo pochissimi giorni a disposizione, ho fatto un giro in rete e ho deciso: parto per Venezia!
Follia? Sì, follia pura.

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Ma per chi di voi mi conosce, o ha imparato a conoscermi, questo è anche un mio tratto distintivo.
Ho scelto Dorsoduro come base. Il Campo dell’Angelo Raffaele mi ha subito colpito: una geometria ordinata, silenzio sospeso, prospettive nette.

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Un’atmosfera dechirichiana, dove lo spazio reale diventa scena metafisica e il tempo appare sospeso e misterioso. In questa dimensione quasi straniante, in cui passato, presente e futuro sembrano immobili, ho ripensato a Ranieri.

Dipinto di Ra
Mio fratello stravedeva per questo artista e per il suo linguaggio visivo, fatto di lunghe ombre e quel senso di profonda solitudine racchiusa nelle sue opere.
Ho visitato la Biennale in un solo giorno e mezzo, tra Arsenale, Giardini ed eventi collaterali.

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È stata un’esperienza fisica notevole, in cui più volte ho rischiato di perdere la bussola, talmente era alta l’affluenza dei visitatori. Ho camminato così tanto che ho consumato le suole delle mie sneaker, arrivando a una conclusione semplice, oltre che logica: la prossima volta ci rimarrò almeno tre giorni.
Venezia è troppo complessa e dispersiva. Il web, come ho detto anche per il Fuorisalone, non è sempre un buon consigliere perché guida verso ciò che è più visibile, più cliccato, più “instagrammabile”.

Foto Finestre sull’Arte di Marianna Wytyczak
E così si perdono pezzi importanti.
A parte il poco tempo, che non mi ha permesso di avere una visione globale della Biennale, ho però notato anche un cambiamento più generale. Negli ultimi dieci anni, nell’arte e nel design, gli eventi si sono spostati verso l’impatto immediato. Prevalgono esperienze forti, spesso pensate per essere condivise sui social o provocare reazioni rapide.

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Gli spazi più lenti e riflessivi sono sempre più marginali. Sembra conti più colpire, che accompagnare i visitatori verso una presa di coscienza.

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Ho avuto come la sensazione che una parte di sensibilità e poetica artistica si sia persa a favore della velocità e della tecnologia.

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Questo FRAday non è una critica. È il racconto diretto di un’esperienza. La Biennale è anche questo: centinaia di mostre insieme, un flusso continuo di idee e linguaggi che si sovrappongono. Un’espressione del mondo in cui viviamo oggi.
Una mostra sintonizzata sulle “tonalità minori” del mondo.

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In una società dominata dal caos assordante generato dalle guerre, fatto di crolli, esplosioni e lamenti strazianti, il tema della 61a Edizione della Biennale di Venezia si presenta come una risposta intima e riflessiva al rumore del nostro tempo.

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“In Minor Keys”, tema di questa tanto discussa edizione, nasce infatti da un’intenzione precisa: abbandonare monumentalità e spettacolo per dare spazio a un’arte più fragile, silenziosa e meditativa, costruita sull’ascolto, sulla memoria e sulle relazioni quotidiane.

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Eppure, nella realtà dei fatti, molti dei padiglioni più condivisi in rete hanno seguito la direzione opposta: più provocazione, più impatto visivo, più shock.

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Non tutto mi ha convinto, sono sincero, ma sono proprio queste le esperienze che, nel bene e nel male, mi sono rimaste più impresse.
Il Padiglione Austria, con Seaworld Venice di Florentina Holzinger, ha trasformato lo spazio in un ambiente post-apocalittico dominato da corpi, acqua e macchine industriali.
Per entrare ho aspettato quasi un’ora, sotto il sole, in una fila interminabile.

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Dentro, il percorso era una sequenza continua di immagini estreme: una performer scandiva i rintocchi di una campana sospesa usando il proprio corpo, tre donne eseguivano una deposizione rituale su una struttura rotante,

Foto Finestre sull’Arte di Marianna Wytyczak
una performer immersa nell’urina beveva da un boccale,

Foto Finestre sull’Arte di Marianna Wytyczak
un’altra invece guidava una moto d’acqua completamente nuda sfiorando il pubblico. In alcuni momenti mi è arrivata acqua in faccia!

Foto Finestre sull’Arte di Marianna Wytyczak
L’esperienza era fisica, aggressiva, viscerale. Mi ha colpito soprattutto sul piano estetico, molto meno, invece, su quello emotivo. Io cerco lavori più intimi, e questo andava esattamente nella direzione opposta.
Il Padiglione Danimarca, con Maja Malou Lyse, ha affrontato temi molto forti ed estremi, come pornografia, desiderio e riproduzione interpretati secondo una logica industriale, in un’atmosfera fredda, controllata, quasi analitica.

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La provocazione, però, a mio avviso funzionava solo sul piano teorico, perché dal punto di vista emozionale, non mi sono sentito realmente coinvolto.
Fuori dalla Biennale, Screen Melancholy di Li Yi-Fan, ospitata a Palazzo delle Prigioni, ha trasformato le celle in un percorso sull’ansia digitale, sull’identità frammentata e sull’intelligenza artificiale.

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La sensazione di disagio arrivava immediata, ma ho come avuto l’impressione di assistere a qualcosa di già visto a livello di immaginario visivo.
L’esperienza più estrema è stata senza ombra di dubbio, La Merde di Aline Bouvy. Sì, avete capito bene, La Merde. Una figura antropomorfa di scarto dominava l’installazione video con un impatto immediato e disturbante.

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Ho provato un rifiuto netto. Tutto era costruito attorno allo shock e al disgusto, senza molto altro oltre la provocazione. Mi ha ricordato Artist’s Shit di Piero Manzoni, ma in modo più diretto e brutale.
Sono uscito dalla proiezione con una sensazione di rigetto totale.
Al contrario, alcune opere meno spettacolari a livello di impatto, mi hanno lasciato qualcosa di molto più profondo.

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Marina Abramović, con Transforming Energy alle Gallerie dell’Accademia è stata una rivelazione.

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Nel suo lavoro la performance sembrava quasi dissolversi per lasciare spazio a silenzio, immobilità e presenza. Entrando nello spazio ho avvertito il peso della struttura triangolare sopra di me.

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Un’atmosfera fatta di quiete, respiro lento, attenzione assoluta al momento presente. Anche i telefoni diventavano simboli di distanza emotiva e perdita di connessione reale.

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Qui, l’esperienza non cercava di travolgerti: chiedeva semplicemente di essere vissuta.
La mostra di Anish Kapoor al Palazzo Manfrin, nonostante le mie alte aspettative, mi ha lasciato invece piuttosto confuso, forse perché sono abituato a progetti carichi di tensione narrativa.

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In questo prestigioso palazzo, Kapoor ha costruito un ambiente immersivo fatto di specchi, pigmenti e installazioni sul vuoto e sulla percezione.

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Pur apprezzando molto il suo lavoro, soprattutto quello degli esordi, questa mostra mi è sembrata troppo densa e frammentata. Le opere convivevano senza un vero e proprio percorso e l’esperienza, a tratti, diventava dispersiva. Ne sono uscito abbastanza deluso.
Infine, il Padiglione Giappone, uno dei più visitati ai Giardini, è stato quello che mi ha fatto forse riflettere di più. Qui, Arakawa-Nash ha creato un’esperienza particolare, ai confini tra la vita privata e la performance artistica.

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Per viverla, i visitatori dovevano prendere in braccio bambole-neonato e accudirle, dando il biberon o cambiando il pannolino. All’inizio questa situazione mi è sembrata quasi inquietante, poi lentamente qualcosa è cambiato. Ho visto le persone rallentare, diventare più attente e delicate nei movimenti.

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A un certo punto, incuriosito ma senza alcuna intenzione di fare la fila per prendere il bambolotto, ho chiesto a un ragazzo vicino a me di sentire il peso della sua bambola. Mi ha guardato con un’espressione restia, come se gli avessi chiesto di prendere in braccio suo figlio.

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In quel momento ho capito che l’opera funzionava davvero. Più che una mostra, sembrava un esperimento sociale sulla cura, sull’attaccamento e sulla fragilità umana. Un’idea semplice, ma al tempo stesso potente.
Un percorso inquieto e senza bussola.

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È così che ho vissuto l’esperienza all’Arsenale: quella di un esploratore senza bussola, immerso in percorso privo di riferimenti. Una volta entrato l’impatto è stato immediato: un flusso continuo, senza pause.

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Superato il tendone nero all’ingresso, sono sceso in un ambiente fatto di sale buie, schermi enormi e suoni profondi che mi hanno avvolto subito. Ho attraversato spazi vastissimi, pieni di installazioni sospese, luci basse e materiali grezzi.

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Alcune opere non le ho guardate davvero: le ho piuttosto “attraversate”. Era come trovarsi dentro un tunnel, senza la possibilità di fermarsi.

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Le installazioni sonore sembravano uscire dal pavimento, insieme ad acqua, terra, tessuti e metalli. Dopo un po’ i confini tra le opere sono spariti: è rimasto un unico spazio continuo, mentale e fisico, quasi una cattedrale contemporanea.

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Non stavo più visitando lavori singoli, ma attraversando stati diversi. Emozioni, silenzi, pressione visiva: tutto si è mescolato, senza una narrazione evidente.
Poi il buio si è rotto nella “sala rossa”.

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Luce intensa, suono che vibrava nello spazio, tensione costante. È stato un passaggio fisico più che visivo, quasi destabilizzante. Mi è tornata alla mente la Red Rum di The Shining.
Più avanti sono entrato nella stanza di Laurie Anderson. Uno spazio nero, pieno di testi, voci e proiezioni.

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Conosco e apprezzo il suo linguaggio d’avanguardia, ma sono rimasto un po’ deluso: tutto era molto mentale, e non sono riuscito a lasciarmi coinvolgere sul piano emotivo.
Kader Attia ha, invece, lavorato su oggetti e video legati a trauma, memoria e colonialismo.

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Il tema della “riparazione” guidava tutto e lo spazio risultava più riflessivo.
Le fotografie di Akinbode Akinbiyi hanno rallentato il mio ritmo: città, strade, persone osservate con tempo lungo.

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Mi hanno costretto a cambiare passo. Io amo la fotografia, e vederla trattata così, con attenzione e tempo, mi ha fatto riprendere fiato e concentrazione.
Ranti Bam, invece, ha costruito forme in ceramica fragili e organiche: corpo, identità, trasformazione.

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Lo spazio è diventato più silenzioso, quasi un momento di pausa necessario.
Philip Aguirre y Otegui ha messo in scena figure essenziali in legno e bronzo su migrazione e umanità.

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Una dimensione più semplice, diretta, narrativa che mi è piaciuta molto.
Guadalupe Maravilla ha trasformato lo spazio in un’esperienza sonora e rituale: oggetti, simboli, vibrazioni.

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La sua opera si concentrava sulla percezione dei traumi legati al colonialismo e all’imperialismo, con grandi sculture presentate come santuari e strumenti di guarigione.
Il Padiglione India, con bambù, tessuti e terra, mi ha portato dentro un’idea mobile di “casa”: non un luogo fisso, ma una condizione.

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La casa in tessuto appare leggera, sospesa e fragile, costruita come memoria poetica di appartenenza e assenza. Mi è piaciuta molto.
Alla fine sono arrivato al Padiglione Italia di Chiara Camoni.

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Un bosco in penombra con ceramiche tra umano e animale. Calmo, sospeso.

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Ma mi ha lasciato poco. Sono uscito con la sensazione di un percorso che si chiude senza un vero peso finale, come spesso mi succede, purtroppo, ogni volta che visito il Padiglione Italia.
Questo weekend perdiamoci nell’Arte

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Come per il Fuorisalone, il prossimo anno non seguirò più le indicazioni del web per percorrere la Biennale. Le selezioni online puntano quasi sempre a privilegiare la visibilità e sul “social effect”, più che la reale qualità delle opere.
Mi affiderò piuttosto ai consigli di amici designer, artisti e architetti, per capire cosa vedere davvero e cosa evitare, e non perdere tempo lungo percorsi troppo dispersivi.

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Ho però la sensazione che questi spazi stiano diventando sempre più rari, dentro un sistema guidato da algoritmi e da una tecnologia che privilegia il tempo veloce rispetto al pensiero.

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Oggi l’arte è costantemente esposta alla pressione dei media e dei social. La visibilità pesa più che in passato e, purtroppo, finisce per condizionare linguaggi, scelte e narrazioni. Eppure, credo che proprio per questo motivo l’artista debba difendere, oggi più che in passato, una dimensione più intima e non negoziabile del proprio lavoro.

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Se siete interessati a scoprire ciò che ho visto alla Biennale, nei prossimi giorni pubblicherò immagini e video sui miei canali social, Facebook, LinkedIn e Instagram.
Mi interessa anche la vostra opinione.
Biennalizziamoci. Oggi è FRAday!

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Paolo Maggio 30, 2026
Eccellente… ciao Francesco!
FFG Maggio 31, 2026
Grazie a te maestro
Serena Giugno 1, 2026
La tua critica artistica ha tranquillamente superato le opere stesse!!! Il tuo, un viaggio sensibile, profondo e cosi’ vero da cancellare la presunzione del vero!!!
FFG Giugno 1, 2026
Grazie Serena i tuoi commenti sono sempre di una grande profondità
Paolo Giugno 1, 2026
Buongiorno Francesco,
certo che.. alcuni artisti realizzano delle opere proprio strane.. 😵💫😊 Sarà arte..? 😵💫
Grazie per il tuo lavoro.
FFG Giugno 17, 2026
Grazie a te Paolo
Cristina Cataldi Pedrosa Giugno 1, 2026
Bravo Francesco ! Arrivo mercoledì a la Biennale !
FFG Giugno 17, 2026
Goditela!
Giorgio Bonetti Giugno 17, 2026
Interessante come al solito il tuo modo di vedere le cose.