Il mio viaggio tra le onde, il mito e un impegno autentico.

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Nella mitologia antica, la voce del mare aveva il suono ammaliante del canto delle sirene. Un richiamo irresistibile, capace di guidare o di perdere chi osava ascoltarlo.

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Oggi quel canto sembra essersi affievolito, coperto dal rumore delle barche a motore e dell’indifferenza. Ma ci sono persone che sanno ancora sentirlo, interpretarlo, difenderlo. Paolo Fanciulli è una di queste.

Paolo il pescatore

Per tutti è Paolo il Pescatore, ma chi come me ha avuto la fortuna di incontrarlo, sa che è molto più di questo: Paolo è un custode del mare, un uomo che ha scelto di ascoltarlo e di prestargli la sua voce.

Nei suoi occhi c’è la luce di chi non ha mai smesso di credere, di lottare e di vivere per il mare.

Quando mi hanno parlato di lui, ho capito che dovevo assolutamente conoscerlo. Non per semplice curiosità, ma per il richiamo istintivo che si prova di fronte alle storie vere, quelle che hanno la forza di lasciare un segno.

Paolo il pescatore nella sua barca

Come un Ulisse 2.0 ho seguito quel profondo richiamo, lasciandomi condurre fino a Talamone, dove vive e lavora. Quel giorno sono arrivato in largo anticipo. Tutto era immobile: il mare, le barche ormeggiate, persino l’aria sembrava trattenere il respiro. Un silenzio sospeso, quasi rituale, avvolgeva il porticciolo.

Foto FFG

Dato che non c’era nessuno in giro, ho iniziato a salire verso il paese, quando dall’alto ho scorto un piccolo gruppo raccolto in cerchio. Così, sono ritornato giù e ho chiesto a un signore dove potevo trovare Paolo. Mi ha sorriso e, con un gesto semplice, ha indicato il gruppo:

“È lì, sta raccontando la sua storia ai turisti.”

Paolo il pescatore e il suo team

Incuriosito mi sono unito in silenzio agli altri. Paolo era al centro. Parlava con calma, senza enfasi, e tutti lo ascoltavano rapiti. Nessun tono da spettacolo, nessun protagonismo: solo la sua voce, autentica e profonda, che sembrava intrecciarsi con quella del mare alle sue spalle.

Quando il gruppo si è sciolto, è tornato alle sue reti.

Foto FFG

Le ha sistemate con calma. Ogni gesto era preciso, essenziale. Mi sono avvicinato e ci siamo salutati. Una stretta di mano forte e sincera.

Poi siamo saliti sulla sua barca per quella che doveva essere una semplice intervista. Ma appena ci siamo allontanati dalla terra ferma ho capito che non sarebbe stata una conversazione qualsiasi.

Se siete interessati alle storie di mare, vi invito a cliccare il link della prima parte della nostra video intervista.

Un uomo con un mare dentro: la storia di Paolo.

Paolo non è un attivista qualsiasi. E nemmeno solo un pescatore.
È uno che il mare ce l’ha dentro. Negli occhi, nella voce, nelle mani. Non il mare da cartolina, il mare d’estate, ma il mare vero. Ferito. Quello che si ama ogni giorno, anche quando sta male.

Paolo il pescatore

Con Paolo non si parla di mare. Si parla con il mare.
Ricordo quando a un certo punto mi ha sorriso e detto:

“Non è un caso che mi chiamo Paolo, il pescatore. Come gli apostoli, butto le reti. Ma oggi cerco di salvare, non di prendere.”

LA VOCE DEL MARE

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Questa sua frase mi ha molto colpito. Perché non viene dall’accademia, non si nasconde dietro i concetti. È uno che ha imparato vivendo. Con la fatica. Con la pelle.

“Non ho studiato,” mi dice. “Ma sono stato in prima linea.”

La sua rivoluzione nasce dalla perdita, non dalla teoria.
Condanna la pesca a strascico che distrugge tutto. Ha visto i pesci sparire, i fondali morire.
Ha ricevuto minacce dalla mafia e dalla ’ndrangheta. È rimasto solo, ma non ha mai smesso di combattere.

Mi ha raccontato che da giovane attaccava le barche dei predatori con Greenpeace.

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Bloccava i porti. Oggi ha scelto un altro modo: meno scontro, più consapevolezza.

“La battaglia si vince con la conoscenza – mi dice – bisogna mostrare alla gente cosa sta succedendo. Far capire che il mare è vivo. E che lo stiamo uccidendo.”

Poi mi parla del suo sogno, con l’entusiasmo di un ragazzo:

“Vorrei proteggere il mare il più possibile. Oggi difendo da Monte Argentario a Marina di Grosseto. Ma voglio fare di più.”

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Il nostro incontro non è stata solo una chiacchierata. È stato un passaggio. Un testimone emotivo.
A un certo punto si è commosso: “Ho sofferto tanto” mi confida.
E lì vedo un uomo che ha scelto di non stare zitto. Che ha detto no al profitto cieco. Che ha scelto di resistere per tutti noi.

La sua rivoluzione ha il sapore del sale. È fatta di mani consumate, di notti insonni, di amore vero. Un amore che non cerca applausi. Cerca impatto.

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E poi chiude con una frase di grande consapevolezza:

“L’ambiente si salva a tavola.” Perché ogni giorno, con le nostre scelte, decidiamo da che parte stare. Ci chiede di essere consumatori consapevoli. Di chiederci chi pesca, chi coltiva, chi alleva prima di acquistare un prodotto. E di premiare chi lo fa con rispetto per la natura.

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È lì che possiamo fare la differenza.
Un gesto alla volta. Insieme.

La sua battaglia contro la pesca a strascico illegale.

In Paolo c’è una rabbia silenziosa. Non urla, non distrugge. Agisce. La sua rabbia viene da lontano, da tutto ciò che ha perso. Ma ciò che non lo ha mai abbandonato è la dignità.

Con occhi stanchi ma vivi, fissando il mare, mi parla come se fossi un vecchio amico:

“Non ce la facevo più a vedere quei fondali spogli. Era come se mi strappassero via l’anima.”

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Conosce bene il nemico: la pesca a strascico illegale. Ha denunciato, ha resistito. Ha ricevuto minacce. Ma è rimasto. Ha scelto di restare, anche quando era più facile andarsene. Anche sapendo che la sua battaglia avrebbe dato fastidio.

Gli chiedo del polpo – sono qui grazie ad Antonio Rancati, ideatore di Octopolis, progetto che protegge polpi e biodiversità marina con rifugi artificiali, educazione e ricerca.

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Paolo mi sorride.

“Il polpo è straordinario. Intelligente. È l’unico che riesce a fermare il granchio blu, che distrugge tutto.”

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Poi mi mostra i numeri: per legge si possono usare 250 barattoli. Ne usano centomila. Di plastica. Abbandonati. Trappole che inquinano e uccidono.

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Mi dice di digitare “polpo” su Google. Trovo solo ricette, nessuno parla della sua intelligenza o del suo ruolo nell’ecosistema, solo di cucina.

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Paolo dice basta a questa pesca illegale del polpo. La sua proposta è chiara: tornare alle anfore, zero plastica, zero sfruttamento.

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Qui trovate la sua intervista sul polpo.

La sua rabbia negli anni è diventata azione. Ogni giorno esce in mare, pesca con misura. Le sue parole pesano: vengono da chi ha visto tutto. E ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

Con Paolo non si parla solo di mare. Il mare lo senti.

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“È il mio maestro,” mi dice. E lo scandisce forte.

Non si è fermato solo alla pesca. Ha trasformato il suo lavoro in Cultura: pescaturismo, ittiturismo, barche aperte, storie, visione. Per lui, parlare è agire. Raccontare è resistere.

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“Il mare va portato nelle scuole,” mi dice. “I bambini capiscono sempre, mentre gli adulti se ne ricordano solo d’estate.”

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Per questo vogliono fare della storia di Paolo persino un cartone animato. Perché chi nasce oggi abbia ancora tempo per cambiare le cose.

Conclude con una frase evocativa:

“Se fai toccare il mare alla gente, poi non lo distruggono più.”

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Ha proprio ragione. Con lui impari senza accorgertene. Con gli occhi aperti, le mani nel sale e la verità sulla pelle.

Foto Paolo il Pescatore

Benvenuti nella Casa dei Pesci.

Paolo mi ha raccontato come ha iniziato a fermare la pesca a strascico. Ha cominciato piazzando blocchi di cemento sul fondo del mare.

Foto Casa dei Pesci

Le reti illegali si strappavano, i predatori tornavano a casa a mani vuote. Ma non gli bastava.
“Dovevo fare di più. Far vedere a tutti cosa stava succedendo,” aggiunge.

Foto di Paolo

Ed è lì che ha avuto il colpo di genio: portare l’arte nel mare.

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Incontra quindi Franco Barattini, proprietario delle Cave Michelangelo, e gli chiede due blocchi di marmo… in risposta alla sua idea, pensate, ne riceve ben cento! Così nasce La Casa dei Pesci. Una ferita trasformata in speranza concreta.

Foto Casa dei Pesci

Mi guarda negli occhi e dice:

“Abbiamo messo blocchi di marmo sul fondo per fermare le reti illegali. Ma li abbiamo resi belli, perché anche il mare ha diritto alla bellezza.”

Poi mi sorride e con dolcezza continua:

“Anche i pesci amano la bellezza.”

foto Casa dei Pesci

E non è solo poesia. Paolo ha coinvolto artisti veri, come Emily Young, una delle più grandi scultrici inglesi, ma anche volontari, istituzioni, amici.

Opera di Emily Young

Tutti hanno dato il loro contributo, mettendo sui fondali sculture che sono barriere e opere d’arte. “Trincee e poesie”, come le chiama lui.

Vi porto sottacqua per vedere le opere, basta cliccare qui

Foto Casa dei Pesci

Ogni blocco è un messaggio potente: Si può proteggere il mare senza violenza. Con arte. Con bellezza. Con intelligenza.
E l’arte, lo sappiamo, attira le persone. Le emoziona. Le muove.

Mentre lo ascoltavo, avevo i brividi. Perché non mi stava parlando solo di marmo.
Mi parlava di un sogno collettivo. Di un altro modo di stare al mondo.
Dove il mare non è solo da sfruttare, ma da rispettare. Da amare.

Foto Casa dei Pesci

Oggi ci sono ben 49 opere sottomarine. Il suo sogno è arrivare a 100. Ma i costi sono alti, e la sua onlus ha bisogno di sostegno.

Foto Casa dei Pesci

E mentre lo sentivo parlare, ho capito una cosa: questa non è solo la storia di Paolo. È una chiamata. Riguarda tutti noi. Riguarda il nostro mare.
Perché il mare non ha bisogno di eroi. Ha bisogno di alleati.

Cliccando su questo link potrete seguire la sua intervista sulla casa dei pesci.

La silenziosa rivoluzione sotto i fondali.

Quando ci siamo salutati, Paolo mi ha stretto la mano con forza.

Paolo con FFG

“Ho iniziato da solo. Ora non lo sono più,” mi ha detto.

In quelle parole ho sentito tutta la potenza del cambiamento.

La sua rivoluzione è concreta, si vede.

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I fondali grazie alla sua opera sono tornati a vivere: cernie, aragoste, dentici, occhiate, saraghi, corvini…

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perfino i delfini, finalmente hanno ritrovato il loro nutrimento. È un processo naturale, che nasce dal rispetto.

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L’arte, che attira i turisti, ti insegna a guardare davvero sotto la superficie.
Ma la cosa più forte è che tutto parte da qualcosa di profondamente umano: l’esempio, la coerenza, un’autenticità rara che ti rimane dentro.

Foto Casa dei Pesci

Il mare diventa un luogo dello spirito, abbellito dall’arte.
Paolo mi ha molto emozionato quando ha detto:

“Ogni volta che vado in mare è come se fosse la prima volta.”

Un amore eterno, il suo, racchiuso in un’anima generosa.

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Non cerca applausi, cerca sostenitori.

“Il mare può salvarsi. Ma ognuno deve fare la sua parte” aggiunge.

Lo racconta nella sua terza intervista.

Ha appena creato la Casa dei Pesci e la Casa dei Polpi, e presto costruirà città sottomarine all’Argentario per proteggere coralli e posidonia, fondamentali per la biodiversità marina.

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L’ho salutato, e lui è tornato subito al suo lavoro.

Grazie Paolo, per avermi mostrato cosa vuol dire portare vero cambiamento nel mondo.

Questo weekend vi porto al mare

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Il tema di questo FRAday è talmente vasto e affascinante che ho deciso di raccontarlo in due puntate.

In questa prima parte ho voluto presentarvi Paolo, per farvi vivere un’emozione autentica e intensa.

Paolo il pescatore

La seconda, in arrivo tra qualche settimana, sarà invece più tecnica: andrò all’Università di Siena per incontrare due grandi esperti che ci aiuteranno a capire come sta cambiando la vita marina. Parleremo di polpi, di mare e, soprattutto, del futuro del pianeta.

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Nel frattempo, immergiamoci insieme nel mondo di Paolo e nella sua straordinaria battaglia per il mare. Su Facebook e Instagram trovate tutto il materiale fotografico e le storie che ho vissuto.

Proteggiamo il nostro mare. Oggi è FRAday

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